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La Festa di
Sant'Agata |
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LA FESTA DI S.AGATA
Agata: la vita e il martirio
Di famiglia nobile e ricca,
Agata nasce, secondo la tradizione popolare, l’8 settembre
del 235 (o del 238), in una casa nel centro di Catania che alcuni
hanno voluto identificare nei sotterranei del Monastero di San
Placido. Bella di aspetto e buona nell’animo (agathe in
greco significa buona), Agata cresce in santità e,
adolescente, pronuncia il voto di verginità consacrandosi
a Dio. Durante la persecuzione ordinata contro i cristiani
dall’imperatore Decio (249-251), Quinziano, proconsole
della Sicilia, informato della bellezza di Agata e, per questo,
deciso a conoscerla, ordina che la giovane venga catturata con
l’accusa di vilipendio alla religione di Stato. Nonostante
un tentativo di fuga, Agata viene raggiunta e portata al cospetto
del proconsole che, rapito dalla bellezza della ragazza, cerca,
invano, di piegarla al suo volere. Proprio per convincerla a
rinunciare ai voti Quinziano, per un mese, affida Agata alle
"cure" di Afrodisia, una cortigiana, famosa, insieme alle sue
nove figlie, come donna corrotta e viziosa. Forte e risoluta a
resistere tanto alle lusinghe (gioielli, festini, ricchezze),
quanto alle minacce, Agata, trascorso il mese, viene riconsegnata
a Quinziano che ne istruisce immediatamente il processo. Deluso
per non aver ottenuto nulla, il proconsole ordina di chiudere la
giovane nel carcere e di sottoporla alla tortura. Frustata,
seviziata ai fianchi con lame arroventate Agata sopporta con la
forza della fede anche l’amputazione delle mammelle. Chiusa
nuovamente in carcere, di notte la giovane riceve la miracolosa
visita di S. Pietro che, inviato da Dio, le rimargina le ferite.
Sbalordito e definitivamente sconfitto Quinziano condanna a morte
la giovane e il 5 febbraio del 251 Agata viene martirizzata su un
letto di tizzoni ardenti con lamine arroventate e punte
infuocate; da quel letto di fuoco si salva per miracolo il velo
della vergine, il velo che tanta importanza avrà nella
storia di Catania.
I Devoti
I devoti di S. Agata
indossano un particolare costume, il "sacco": una tunica bianca
legata in vita da un cordone, un copricapo nero (la "scuzzetta"),
un paio di guanti ed un fazzoletto entrambi bianchi.
Sull’origine del "sacco" sono state avanzate nel corso dei
secoli numerose ipotesi, alcune delle quali molto fantasiose.
Infatti il "sacco" non rappresenta né la tunica bianca che
indossavano i sacerdoti della Dea Iside, come ritenuto da alcuni,
né la camicia da notte indossata dai catanesi la notte del
17 agosto 1126, durante la quale le Reliquie della Santa furono
riportate a Catania da Costantinopoli. Con maggiore
probabilità il "sacco" è un saio penitenziale, in
cui il colore bianco della tunica rappresenta la purezza, il
copricapo scuro simboleggia il capo cosparso di cenere in segno
di umiltà e sottomissione, i guanti bianchi sono un segno
di rispetto per la purezza della Santa, il cordone rappresenta la
castità e il fazzoletto è un simbolo
dell’esultanza con la quale la Santa viene accolta dai
fedeli. Da qualche anno anche le donne indossano un "sacco" di
colore verde: esso dovrebbe rappresentare la tunica indossata da
S. Agata durante il Martirio. In passato le donne, durante alcuni
giorni della festa (i pomeriggi del 4 e del 5 febbraio) avevano
la possibilità di uscire da sole, ricoperte da un sacco
che lasciava scoperto un solo occhio, andando per le strade,
mescolandosi alla folla e ricevendo dolciumi o altro dai
cavalieri che incontravano. Esse venivano chiamate
"intuppatedde": il nome deriva dal termine siciliano "tuppa", che
indica la membrana che chiude il guscio di alcune chiocciole
(dette appunto "intuppatedde"). Durante i giorni di festa i
devoti sfilano in processione al grido di "Semu tutti divoti
tutti", rispondendo "Sciett, Sciett", che sta per "Cittatini,
Cittatini", mentre al grido "Cittatini" rispondono in coro "Viva
Sant’Aita", sventolando i bianchi fazzoletti. La frase
iniziale spesso è preceduta da dichiarazioni
d’affetto o complimenti alla Santa, quali "Dicimuccillu cu
grazia e cu cori quantu a vulemu beni" (diciamoglielo con grazia
e con il cuore quanto le vogliamo bene), o "E taliatila
quant’è bedda, avi du occhi ca parunu du stiddi"(e
guardatela quanto è bella, ha due occhi che sembrano due
stelle). Uno dei momenti più intensi e caratteristici
della festa è quello in cui i devoti, dopo l’uscita
del fercolo, tirano il "cordone" che lo precede, disponendosi su
due file, camminando a passi brevi e piedi divaricati per non
inciampare, appoggiando spesso un braccio sulla spalla di chi li
precede.
La processione
Ogni anno il 3, il 4 e il 5 febbraio Catania offre alla sua
patrona una festa così straordinaria che può essere
paragonata soltanto alla Settimana santa di Siviglia o al Corpus
Domini di Cuzco, in Perù. In quei tre giorni la
città dimentica ogni cosa per concentrarsi sulla festa,
misto di devozione e di folklore, che attira ogni anno sino a un
milione di persone, tra devoti e curiosi. Il primo giorno
è riservato all’offerta delle candele. Una
suggestiva usanza popolare vuole che i ceri donati siano alti o
pesanti quanto la persona che chiede la protezione. Alla
processione per la raccolta della cera, un breve giro dalla
fornace alla cattedrale, partecipano le maggiori autorità
religiose, civili e militari. Due carrozze settecentesche, che un
tempo appartenevano al senato che governava la città, e
undici < candelore >, grossi ceri rappresentativi delle
corporazioni o dei mestieri, vengono portate in corteo. Questa
prima giornata di festa si conclude in serata cori un grandioso
spettacolo di giochi pirotecnici in piazza Duomo. I fuochi
artificiali durante la festa di sant’Agata, oltre a
esprimere la grande gioia dei fedeli, assumono un significato
particolare, perché ricordano che la patrona, martirizzata
sulla brace, vigila sempre sul fuoco dell’Etna e di tutti
gli incendi. Il 4 febbraio è il giorno più
emozionante, perché segna il primo incontro della
città con la santa Patrona. Già dalle prime ore
dell’alba le strade della città si popolano di <
cittadini >. Sono devoti che indossano il tradizionale <
sacco > (un camice votivo di tela bianca lungo fino alla
caviglia e stretto in vita da un cordoncino), un berretto di
velluto nero, guanti bianchi e sventolano un fazzoletto
anch’ esso bianco stirato a fitte pieghe. Rappresenta
l’abbigliamento notturno che i catanesi indossavano quando,
nel lontano 1126, corsero incontro alle reliquie che Gisliberto e
Goselmo riportarono da Costantinopoli. Ma l’originario
camice da notte, nei secoli, si è arricchito anche del
significato di veste penitenziale: secondo alcuni l’abito
di tela bianca è la rivisitazione di una veste liturgica,
il berretto nero ricorderebbe la cenere di cui si cospargevano il
capo i penitenti e il cordoncino in vita rappresenterebbe il
cilicio. Tre differenti chiavi, ognuna custodita da una persona
diversa, sono necessarie per aprire il cancello di ferro che
protegge le reliquie in cattedrale: una la custodisce il
tesoriere, la seconda il cerimoniere, la terza il priore del
capitolo) della cattedrale. Quando la terza chiave toglie
l’ultima mandata al cancello della cameretta in cui
è custodito il Busto, e il sacello viene aperto, il viso
sorridente e sereno di sant’Agata si affaccia dalla
cameretta nel crescente tripudio dei fedeli impazienti di
rivederla. Luccicante di oro e di gemme preziose, il busto di
sant’Agata viene issato sul fercolo d’argento
rinascimentale, foderato di velluto rosso, il colore del sangue
del martirio, ma anche il colore dei re. Prima di lasciare la
cattedrale per la tradizionale processione lungo le vie della
città, Catania dà il benvenuto alla sua patrona con
una messa solenne, celebrata dall’arcivescovo. Tra i
fragori degli spari a festa, il fercolo viene caricato del
prezioso scrigno con le reliquie e portato in processione per la
città. Il < giro >, la processione del giorno 4,
dura l’intera giornata. Il fercolo attraversa i luoghi del
martirio e ripercorre le vicende della storia della < santuzza
>, che si intrecciano con quella della città: il duomo,
i luoghi del martirio, percorsi in fretta, senza soste, quasi a
evitare alla santa il rinnovarsi del triste ricordo. Una sosta
viene fatta anche alla < marina > da cui i catanesi,
addolorati e inermi, videro partire le reliquie della santa per
Costantinopoli. Poi una sosta alla colonna della peste, che
ricorda il miracolo compiuto da sant’Agata nel 1743, quando
la città fu risparmiata dall’epidemia. I <
cittadini > guidano il fercolo tra la folla che si accalca
lungo le strade e nelle piazze. In quattromila o cinquemila
trainano la pesante macchina. Tutti rigorosamente indossano il
sacco votivo e a piccoli passi tra la folla trascinano il fercolo
che, vuoto, pesa 17 quintali, ma, appesantito di Scrigno, Busto e
carico di cera, può pesare fino a 30 quintali. A ritmo
cadenzato gridano: < cittadini, viva sant’Agata >,
un'osanna che significa anche: < sant’Agata è
viva > in mezzo alla folla. Il < giro > si conclude a
notte fonda quando il fercolo ritorna in cattedrale. SuI fercolo
del 5 febbraio, i garofani rossi del giorno precedente
(simboleggianti il martirio), vengono sostituiti da quelli
bianchi (che rappresentano la purezza). Nella tarda mattinata, in
cattedrale viene celebrato il pontificale. AI tramonto ha inizio
la seconda parte della processione che si snoda per le vie del
centro di Catania, attraversando anche il < Borgo >, il
quartiere che accolse i profughi da Misterbianco dopo
l’eruzione del 1669. Il momento più atteso è
il passaggio per la via di San Giuliano, che per la pendenza
è il punto più pericoloso di tutta la processione.
Esso rappresenta una prova di coraggio per i < cittadini >,
ma è interpretato anche - a seconda di come viene superato
l’ < ostacolo > - come un segno celeste di buono o
cattivo auspicio per l’intero anno. A notte fonda i fuochi
artificiali segnano la chiusura dei festeggiamenti. Quando
Catania riconsegna alla cameretta in cattedrale il reliquiario e
lo scrigno, i sacchi bianchi non profumano più di bucato,
i volti sono segnati dalla stanchezza, i muscoli fanno male, la
voce è ridotta a un filo sottile. Ma la soddisfazione di
aver portato in trionfo il corpo di sant’Agata per le vie
della sua Catania riempie tutti di gioia e ripaga di quelle
fatiche. Bisognerà aspettare diversi mesi (la festa del 17
agosto), o un altro anno (la festa del 5 febbraio), per poter
vedere sorridere ancora una volta il viso buono della santa che
fu martire per la salvezza della fede e di Catania.
Le candelore
La festa di sant’Agata è inscindibile dalla
tradizionale sfilata delle < candelore >, enormi ceri
rivestiti con decorazioni artigianali, puttini in legno dorato,
santi e scene del martirio, fiori e bandiere. Le candelore
precedono il fercolo in processione, perché un tempo,
quando mancava l’illuminazione elettrica, avevano la
funzione di illuminare il passo ai partecipanti alla processione.
Sono portate a spalla da un numero di portatori che, a seconda
del peso del cero, può variare da 4 a 12 uomini. I maestri
orafi del Trecento avevano realizzato il Busto di
sant’Agata, un capolavoro d’arte raffinato e
prezioso. Ma il popolo, da sempre vicino alla patrona, ha voluto
essere presente nella festa con creazioni proprie, opere di
fattura artigianale che rappresentassero, inoltre, associazioni
di varie categorie di lavoratori. Ognuna delle 11 candelore
possiede una precisa identità. Sulle spalle dei portatori,
essa si anima e vive la propria unicità, che si compone di
diversi elementi: la forma che caratterizza il cero,
l’andatura e il tipo di ondeggiamento che gli viene dato,
la scelta di una marcia come sottofondo musicale.Le candelore
sfilano sempre nello stesso ordine. Ad aprire la processione
è il piccolo cero di monsignor Ventimiglia. Il primo
grande cero rappresenta gli abitanti del quartiere di San
Giuseppe La Rena e fu realizzato all’ inizio
dell’Ottocento. E’ seguito da quello dei giardinieri
e dei fiorai, in stile gotico-veneziano. Il terzo in ordine di
uscita è quello dei pescivendoli, in stile tardo-barocco
con fregi santi e piccoli pesci. Il suo passo inconfondibile ha
fatto guadagnare alla candelora il soprannome di < bersagliera
>. Il cero che segue è quello dei fruttivendoli, che
invece ha passo elegante ed è dunque chiamato la <
signorina >. Quello dei macellai è una torre a quattro
ordini. La candelora dei pastai è un semplice candeliere
settecentesco senza scenografie. La candelora dei pizzicagnoli e
dei bettolieri è in stile liberty, quella dei panettieri
è la più pesante di tutte, ornata con grandi
angeli, e per la sua cadenza è chiamata la < mamma
>. Chiude la processione la candelora del circolo cittadino di
sant’Agata che fu introdotta dal cardinale Dusmet. In
passato le candelore sono state anche più numerose:
esistevano quelle dei calzolai, dei confettieri, dei muratori,
fino a raggiungere in alcuni periodi il numero di 28.
I Testi di "Agata la vita e il martirio" e "I devoti" e le
foto sono stati forniti da
Azienda Provinciale Turismo di Catania
I Testi di "La processione" e "Le candelore" sono stati forniti
dal
Comune di
Catania
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